Appunti di viaggio sulla Cura di sé e dell’anima – Tappa del 09 Aprile 25

Partiamo dalla lettura di alcune  pagine del libro di Camurri “Introduzione alla realtà”, incentrate sulla definizione di “realtà” (da non confondere col concetto di “realismo”). 
Camurri descrive tre tipi di percezione della realtà:

  1. “Realtà” (con le virgolette): quella misurabile, in altri termini, la realtà duale, la realtà in cui io sono un individuo – unico e separato dal resto del mondo- che vive nello spazio-tempo.
  2. Realtà: quella della meraviglia e generosità, noi pensiamo si tratti della realtà non duale, in cui ci sentiamo profondamente parte del Tutto, che non ha tempo né spazio;
  3. R E A L T À (tutto maiuscolo) la realtà del Thauma -termine greco intraducibile che indica al contempo meraviglia e terrore-, soglia che si attraversa nei momenti di grazia o di paura-; che potrebbe indicare  l’insieme di realtà duale e non-duale, come due facce di un’unica medaglia: a volte mi percepisco nella mia forma individuale temporanea (durante la vita assumiamo ed abbandoniamo molte forme molti ruoli), a volte attraverso la soglia e sento di essere senza forma, in comunione col Tutto,  eterno. 

Spesso la “Realtà” (quella con le virgolette) è traumatizzante, ci ferisce,  e per guarire dobbiamo trovare la cura adatta. Uno sguardo empatico è già cura,  aperto e pieno di meraviglia come quello di un bambino. Uno sguardo di questo tipo  è  necessario anche se non sufficiente per aiutarci a ritrovare la nostra essenza, il nostro centro, il fuoco che ci anima.

La cura dell’anima è cura dei traumi? Certamente, ma non è soltanto questo.
Nei primi anni del suo lavoro S. Freud pensava che il trauma fosse al centro del lavoro analitico, ma in seguito si accorse che in realtà l’infelicità non si guarisce solamente curando i traumi.  Gli esseri umani vengono al  mondo in modo traumatico (il famoso trauma della nascita), portando con sé la nostalgia di un Eden che, nascendo,  dimenticano. E rimangono sospesi, impigliati fra cielo e terra, senza poter tornare nell’Eden e senza saper rinunciare ai benefici della civiltà, che pure è tanto condizionante, faticosa, insostenibile.
Insomma anche Freud si rese conto che noi umani viviamo questo enorme, doloroso e subdolo conflitto fra desiderio di ritorno alle origini e desiderio di appartenenza a una civiltà che non sempre fa per noi, che anzi spesso ci rende infelici. 

Riscontriamo un ulteriore conflitto fra la mentalità occidentale, che tradizionalmente si occupa soprattutto della “Realtà” -siamo materialisti, per noi conta la vita su questa Terra-, e la mentalità Orientale che si occupa principalmente di Realtà, come a dire che la vera vita è altrove e la vita su questo pianeta è essenzialmente sofferenza (la Prima Nobile Verità del Buddha), quindi l’obiettivo è raggiungere l’estinzione del ciclo vitale o Samsara, ed entrare nel Nirvana.

Riusciremo mai a trovare un equilibrio fra “Realtà” e Realtà? Saremo in grado di non attaccarci troppo alle nostre forme -tutte provvisorie- senza però trascurarle, poiché viviamo in un periodo e in una società in cui le forme, i ruoli rivestono un’importanza notevole?